Il campionissimo della Certosa

 

Una domenica di giugno del 2000 invitai a pranzo mio cugino Sergio. Come sua abitudine, Sergio arrivò con buon anticipo, proprio mentre stavo rientrando da un giro in bici in compagnia del mio amico Gigi Bergamaschi. Sapeva della mia passione per il ciclismo ma pensava che, con l’età, mi fosse passata e si meravigliò un po’ di vedermi ancora in sella a quasi cinquantotto anni.

Pranzammo parlando del più e del meno e poi, al momento del caffè, Sergio, che non si era mai interessato troppo di sport, mi chiese della mia attività ciclistica, forse più per una forma di cortesia che per un effettivo interesse. Poi mi raccontò di un suo conoscente, tale Sala, il cui padre, a diciassette anni, prese parte e concluse il primo Giro d’Italia. Ebbene, il Sala, a settant’anni suonati, faceva uscite quotidiane in bicicletta di ottanta-cento chilometri.

"Ma sai – continuò poi – che il papà di una mia ex collega di lavoro correva con Coppi e Bartali?"

"Davvero? Come si chiama?"

"Renzo Cerati. Sarà del ’24 o del’25"

"Cerati …. Cerati …. Cerati. Ma certo, Cerati …. Legnano …. millenovecentoquaranta …. nove."

Mi era venuta in mente una cartolina con la squadra della Legnano del 1949. C’era però anche qualcos’altro che non riuscivo a focalizzare. Andai, comunque, subito a scartabellare tra la mia documentazione ciclistica ed ecco la cartolina a sfondo rosso: Adolfo Leoni, capitano, i fratelli Vincenzo e Vittorio Rossello, mezzepunte, e poi Frosini, Soldani, Fornara, Nannini, Cerati e Salimbeni.

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Mostrai la cartolina a Sergio che mi diede la conferma. Era proprio lui.

"Ma lo conosci bene? – chiesi interessato – Mi piacerebbe incontrarlo."

"Lo conosco benissimo. Sono un amico di famiglia. Abita alla Certosa di Pavia. Ci sarò andato mille volte."

Decidemmo di organizzare un incontro. Intanto cercai di informarmi: Renzo Cerati, nato a Torriano di Certosa di Pavia il 20 giugno 1924, professionista dall’ottobre 1948 al 1955, tre vittorie in carriera , la Coppa Campagnoli del 1950, la 100 km di Fiesse nel 1951 e il Gran Premio Rea Po nel 1952. Non riuscii però a ricordare quella cosa che avevo nel cervello allo stato latente.

Combinammo l’incontro per un sabato pomeriggio di fine agosto. Faceva un caldo incredibile. La famiglia Cerati abitava alla Certosa, in una villetta a poche decine di metri dalla statale, sulla destra andando verso Pavia. Ci accolse la moglie, una signora molto gentile ed espansiva che trattava Sergio proprio come uno della famiglia. In giardino, appoggiata ad un albero una "Pinarello" specialissima, ultimo modello, gialla.

"Renzo è appena tornato da un giro in bicicletta. Sta facendo la doccia ma arriva subito. Venite, andiamo in salotto."

Nell’atrio, sopra un cassettone, campeggiava una gigantografia con Fausto Coppi che tirava un gruppo di corridori. Era la salita del Brinzio durante il Giro di Lombadia del 1951. Coppi, con il caschetto e gli occhialoni da motociclista alzati guidava davanti ad Alfredo Martini, Renzo Cerati, Renato Barbiero, Donatone Piazza e Livio Isotti.

Ci accomodammo in salotto, il caldo era tremendo, gradii un bicchierone di acqua minerale frizzante fresca.

Sergio mi aveva avvisato. " La signora è molto gentile e parla volentieri. Però non aspettarti granchè dal Cerati perché è uno che parla pochissimo."

Finalmente arrivò il Cerati. Era piccolo di statura, fisico asciuttissimo, capelli bianchi. La moglie mi avvertì di parlare a voce piuttosto alta perché suo marito aveva qualche problema di udito.

Mentre Sergio conversava tranquillamente con la signora della figlia, del tempo e di come va il mondo, tra il Cerati e me la conversazione diventava sempre più fluida e, al secondo bicchierone di acqua fresca, eravamo già entrati in sintonia.

" Sono passato professionista al Giro di Lombardia del ’48 da non accasato. Ho fatto la mia figura perché ero un discreto scalatore. Nel ’49, quando Bartali ha lasciato la Legnano per mettersi in proprio, Eberardo Pavesi aveva bisogno di uno scalatore per sostituire il Gino e allora ha preso me. – disse scherzosamente – Alla Legnano però c’erano troppi galletti, i fratelli Rossello e i giovani Soldani e Fornara, anche se il capitano era l’Adolfo Leoni. Leoni, pur essendo un velocista, quell’anno lì ha fatto i miracoli al Giro d’Italia: otto giorni in maglia rosa e se non c’era la Cuneo-Pinerolo …. Io non l’ho fatto quel Giro. Pavesi ha preferito Fornara. Però che uomo era l’avocatt! Parlava quasi solo in dialetto - chissà come aveva fatto a farsi capire da Bartali per tanti anni? – ma era un direttore sportivo eccezionale."

A quel punto mi venne naturale chiedergli del Giro d’Italia.

"E’ stato il mio grande cruccio. Non ho mai corso il Giro. Nel ’50 ero alla Stucchi con i miei amici Alfredo Pasotti e Armando Para ma la Stucchi non ha partecipato al Giro. Nel 1951, alla Wilier Triestina, mi sono ammalato pochi giorni prima e poi, negli anni dopo, ho sempre dovuto correre senza una casa."

"Era una vita dura – intervenne la moglie – ma ci siamo divertiti lo stesso. Io lo seguivo sempre."

"La vita del corridore non era per niente facile – riprese il Cerati – e così, alla fine del 1955, ho smesso con il professionismo e, dopo qualche anno, ho incominciato a correre tra i ‘Veterani’ dell’U.V.I. e lì mi sono proprio divertito."

"Era proprio bravo il mio Renzo. – intervenne ancora la moglie – Pensi che ha vinto per sette volte il campionato italiano."

Ecco cosa mi frullava per la testa e non riuscivo a ricordare! Renzo Cerati, sette volte campione d’Italia! Era considerato il Campionissimo dei "Veterani" degli anni ’60.

"Eh, da vecchio mi sono tolto tutte quelle soddisfazioni che non ero riuscito a togliermi da giovane. Correvo per la Rino Fenaroli di Torino, una delle squadre che l’ing. Fenaroli aveva allestito in memoria del figlio scomparso. Se lo ricorda l’ing. Fenaroli?"

Lo ricordavo certamente. L’ing. Giuseppe Fenaroli era il fratello di quel Giovanni Fenaroli, noto per avere fatto uccidere la moglie da Raoul Ghiani: uno dei fatti di cronaca nera più famosi e discussi. Giuseppe Fenaroli era un imprenditore edile facoltoso, appassionatissimo di ciclismo, e, negli spazi lasciati liberi dalla professione, correva anche tra i veterani e, spesse volte, in gare a cronometro a coppie formate da un professionista e un veterano. Giuseppe Fenaroli faceva frequentemente coppia con Fausto Coppi.

"Che brava persona, l’ingegner Fenaroli! – continuò il Cerati – Mi voleva un bene dell’anima. Per tenermi con lui mi dava anche dei bei soldini e, quando vincevo, mi dava anche dei premi extra."

"Probabilmente Renzo ha guadagnato di più da veterano che da professionista" intervenne la moglie.

Ormai la conversazione scorreva fluente. Al terzo bicchierone d’acqua fresca, gli chiesi di Coppi e Bartali.

"Bartali era un compagnone. Brontolava sempre ma era buono come il pane. Era una forza della natura. Non soffriva né il freddo né il caldo, dormiva poco ed era fresco come una rosa. In corsa improvvisava e pretendeva poco dai suoi gregari perché, una volta scaldato il motore, faceva tutto da solo. In salita aveva una pedalata nervosa, tutta scatti, che ti uccideva. Coppi era il contrario. Era metodico, si curava in maniera maniacale per l’epoca. Era chiuso, taciturno. Si comportava in modo compito, signorile. Era cortese. Pensi che veniva spesso qui ai mulini della Certosa a prendere il germe di grano e passava quasi sempre a salutarmi. Dai gregari, invece, pretendeva dedizione assoluta. Dovevano essere tutti per lui. I velocisti alla Bianchi di Coppi restavano poco. Adolfo Leoni ha resistito un anno o due e poi è andato alla Legnano con Bartali, Oreste Conte, se non ricordo male, è andato alla Bottecchia. E poi, guardi Loretto Petrucci …. andava forte, ha vinto due Sanremo e due Roubaix eppure a metà 1953 è stato costretto ad andare alla Lygie. Ma venga con me. Le faccio vedere un po’ di fotografie."

Mi portò nel box dove, in un angolo, all’interno di un piccolo scrittoio, teneva tutti i suoi ricordi: fotografie e ritagli di giornale incollati su alcuni quaderni a quadretti. C’erano le foto in maglia Legnano, in maglia Stucchi e una foto di gruppo della Wilier Triestina.

"E’ del 1951. Ero alla Wilier Triestina. Pensi un po’ che sfortuna! Prima della fine stagione chiuse i battenti e ci lasciò a piedi tutti. Questo qui è il mio amico Pasotti. Povero "Pasottino" sta molto male. Sembra che non ne abbia per molto. E guardi questa foto. Siamo al Giro d’Aragona del 1954. Io ho la maglia della Fratelli Zanazzi, che mi davano qualche aiuto più materiale che finanziario."

"Ma questo qui con la maglia della Doniselli-Lansetina non è Buratti? – domandai – Ricordo che una volta si è ritirato dal Giro d’Italia alla prima tappa."

"Certo, è Giuseppe Buratti di Motta Visconti. Questo qui era fortissimo in salita. Penso di non avere mai visto uno scalatore così forte, a parte Coppi e Bartali. Lo chiamavano ‘il Trueba della bassa’ ma non ha mai avuto fortuna. Pensi che ha partecipato a cinque Giri e si è ritirato cinque volte. Ne aveva sempre una."

Era ormai sera e, bevuto l’ultimo sorso di acqua fresca, ci accomiatammo.

" Ti confesso che non ho mai visto il Cerati parlare tanto. – fu il commento di Sergio – Ha parlato più oggi che in tutti gli anni da quando lo conosco."

Passò il tempo. Intanto, nemmeno un mese dopo, come aveva previsto il Cerati, il "Pasottino" se n’era andato. In me era rimasto il ricordo di quella lunga conversazione e di quelle foto conservate nel box. Proposi a Sergio di tornare alla Certosa, dopo avere chiesto al Cerati il permesso di copiare quelle foto per la mia raccolta personale. L’intenzione c’era ma per vari motivi rimandammo più volte la nuova visita finchè un trafiletto sulla "Gazzetta" informò che il 23 luglio 2003 uno scontro frontale con un camion, forse dovuto ad un malore, a poche centinaia di metri da casa, si era portato via il campionissimo della Certosa.

 

22 gennaio 2007