Il bucato di Luciano Maggini

 

Un altro grande interprete del ciclismo romantico degli anni ’40 e ’50 ha abbandonato il gruppo: Luciano Maggini. Nato nel maggio del 1925 a Seano di Carmignano, tra Pistoia, Prato ed Empoli, Luciano seguì le orme del fratello Sergio di cinque anni più vecchio. In piena guerra, nel 1942, disputò la sua prima corsa. Aveva diciassette anni e staccò la licenza categoria "Allievi" quando non aveva ancora una bicicletta. Ne ebbe una, quella del fratello Sergio, solo perché questi era militare in Grecia. Era il mese di agosto e Luciano, in sella alla bici di Sergio, che fortunatamente aveva più a meno la sua taglia, prese il via sommerso dall’emozione. Cadde ma non disarmò, inseguì come un forsennato, rientrò in gruppo, successivamente fuggì e vinse la corsa con tre minuti di vantaggio sul secondo. Come inizio non ci si poteva proprio lamentare. Purtroppo le vicende belliche gli consentirono di riprendere l’attività come dilettante solo nel 1945 quando Sergio passò professionista per la Benotto.

Nel 1946, ancora dilettante, si mise subito in grande evidenza con diciassette vittorie e il titolo di Campione Toscano. Fu convocato per il campionato mondiale di Zurigo, dove mise in luce tutte le sue doti di sprinter. Si impegnò nella volata del gruppo per l’ottava piazza. Giunse nono, superato solo da Oscar Plattner, futuro campione del mondo della velocità su pista.

A ottobre del 1946, in occasione del Giro di Lombardia, passò professionista con la maglia della Benotto. A ventuno anni, una precoce stempiatura e il viso lungo e spigoloso gli davano già un’apparenza di persona matura.

Nel 1947, sempre con la maglia biancoblu della Benotto, partecipò al Giro d’Italia dove vinse due tappe prima di essere costretto al ritiro. Proprio dopo una tappa di questo Giro gli fu scattata una bellissima foto: siamo fuori dall’albergo dove alloggia la Benotto, in primo piano il muso di una "Topolino" della stampa, in centro Luciano Maggini che, dopo avere fatto un veloce "bucatino", stende ad asciugare su un filo la sua divisa da corsa. Altro che assistenti e magazzinieri! La maggior parte dei corridori non avevano nemmeno il massaggiatore e, il più delle volte, correvano il Giro solamente con una o due maglie a disposizione. S110F.jpg (224683 byte)

Nel 1948, assieme a Sergio, passò alla Wilier Triestina che aveva fatto lo squadrone che portò Fiorenzo Magni alla vittoria nel Giro d’Italia. Tra i rosso alabardati c’erano anche Alfredo Martini e Giordano Cottur. In quell’anno, oltre una tappa del Giro, Luciano vinse Giro di Campania e Giro del Veneto. Fu selezionato per il mondiale di Valkenburg, in Olanda. Gli altri azzurri erano Gino Bartali, fresco trionfatore del Tour, Fausto Coppi, Mariolino Ricci, Vito Ortelli e Bruno Pasquini. La vicenda è nota e toccò il punto più alto della rivalità tra Gino e Fausto. I due campioni si marcarono l’un l’altro fino al rientro anzi tempo in albergo. Luciano Maggini fu il primo degli italiani, quarto a sei minuti e mezzo dal vincitore Alberic "Brick" Schotte.

Nel 1949 il fratello Sergio si trasferì all’Atala mentre Luciano resto fedele a Fiorenzo Magni e alla Wilier Triestina. Vinse una tappa del Giro e fu dodicesimo nella classifica finale. Fu ancora convocato fra i sei azzurri del mondiale di Copenaghen. Su quella "ignobile aia" dove Rik Van Steenbergen battè in volata il nasuto svizzero Kubler e il Coppi più forte di sempre, Luciano fu diciassettesimo.

Nel 1950 i fratelli Maggini, in compagnia di Alfredo Martini e dei fratelli Rossello, vestirono la maglia gialloblu della neonata ed ambiziosa Taurea. Nel Giro vinto da Hugo Koblet su Bartali, dopo il doloroso ritiro di Coppi a Primolano, Luciano vinse due tappe e fu addirittura quinto nella classifica finale.

Il 1951 fu l’ultimo anno di corse per Sergio che, assieme a Luciano vestì la maglia grigioblu dell’Atala. Luciano vinse Giro della Provincia di Reggio Calabria, Giro dell’Emilia e ancora una tappa del Giro d’Italia.

Alla corte di patron Sivocci restò fino al 1956, sei anni durante i quali vinse Giro di Romagna, Giro del Veneto, Milano-Torino, Giro della Provincia di Reggio Calabria e un Gran Premio Industria e Commercio a prato, sulle strade di casa.

Il 1957, con la maglia della Girardengo e con sempre meno capelli, fu il suo ultimo anno di attività.

Con trenta vittorie in carriera, Luciano Maggini fu uno dei corridori più in vista in quel periodo dominato da Coppi, Bartali, Magni, Bevilacqua, Leoni. Luciano era un passista-veloce, grintoso e votato all’attacco. Nelle giornate di vena sapeva difendersi ottimamente anche in salita. Faceva parte di quel gruppo di corridori toscani che in quei tempi hanno inciso profondamente sul ciclismo italiano.

Personalmente, ho un ricordo particolare di Luciano Maggini. Era il 2 giugno 1952 e si correva la tappa Como-Genova del Giro d’Italia. Anche se mancavano sei giorni alla fine, il Giro era già saldamente nelle mani di Coppi. Il percorso della tappa prevedeva l’attraversamento di Milano passando in viale Abruzzi proprio sotto le mie finestre. Quel giorno avevo la febbre, non potei quindi scendere in strada ma mi limitai a guardare il passaggio dei corridori dal quinto piano. La folla era enorme, i corridori non arrivavano mai. Finalmente eccoli! Erano tutti in gruppo e quasi tutti portavano il cappellino. Non vidi la maglia rosa di Coppi, non vidi Bartali, anche se intuii che forse poteva essere uno di quelle quattro maglie gialle passate assieme. Insomma, non riuscivo a riconoscere nessuno. Ma, ecco, finalmente! Nella pancia del gruppo, con la maglia grigioblu, senza cappellino, con la sua inconfondibile stempiatura, ecco Luciano Maggini. In quel passaggio del Giro riconobbi solo lui e, chissà perché, quell’attimo fuggente, quei pochissimi fotogrammi mi sono sempre rimasti in mente e, anche adesso, se chiudo gli occhi, li rivedo perfettamente.

Grazie, Luciano.

 

26 gennaio 2012