Dedè, bestia nera di Coppi

 

Quando, all’inizio del 1955, Gino Bartali decise di appendere la bicicletta al classico chiodo, cominciai a tifare per Coppi. Potrà sembrare strano ma, a parte il valore assoluto del Campionissimo, mi affascinava questo corridore che, dopo una carriera ineguagliabile, continuava a mettersi in discussione mentre viaggiava verso i trentasei anni.

Poi, tifando Coppi, era un po’ come continuare a tifare Bartali.

Dopo un 1955 di tutto rispetto, alla fine del quale Coppi aveva conquistato il titolo italiano, venne il momento di abbandonare la Bianchi. Come aveva fatto Bartali alcuni anni prima, Fausto lanciò le biciclette che portavano il suo nome, costruite da Fiorelli. Dopo varie trattative venne trovato l’accordo con la Carpano e nacque la Carpano-Coppi, maglia completamente bianca e biciclette di un elegante grigio.

Non era una grande squadra la Carpano-Coppi. Nata all’ultimo momento, ci si dovette accontentare di quel poco che passava il convento, di corridori che non avevano già un contratto con altre squadre.

Fausto portò con sé il fido Stefano Gaggero, due giovani di belle speranze, Giuseppe Cainero e Colombo Cassano, la promessa mancata Luciano Ciancola, due vecchioni, Desirè Keteleer e Ferdy Testamatta Kubler, il fedelissimo di Bartali Giovannino Corrieri, che tentava di sparare le ultime cartucce. Completavano l’organico il mercenario francese Dupont, Nascimbene, Negro, Scudellaro e Sobrero.

La solita maledettissima caduta fece terminare quasi subito il Giro d’Italia di Coppi.

Dopo la convalescenza, Fausto tornò alle corse preparandosi a puntino per il Giro di Lombardia. Il "Lombardia" era la classica che più si addiceva al Campionissimo. L’aveva vinta quattro volte di seguito, dal 1946 al 1949, con imprese leggendarie. Era tornato a vincerla nel 1954, incredibilmente in volata. Nel 1956 puntava alla sesta vittoria.

Andammo in diversi amici, quel giorno, al Vigorelli. Il velodromo era gremito. Trovammo posto solo nella tribuna opposta al rettilineo d’arrivo. La riunione in attesa dell’arrivo, anche se impreziosita dalla presenza di fior di specialisti della pista, era seguita distrattamente dal pubblico che prestava la sua maggiore attenzione alle notizie dalla corsa che venivano date dallo speaker, il mitico Carlo Proserpio. L’entusiasmo salì alle stelle quando fu annunciato che Coppi era in fuga con Ronchini. Diego Ronchini, ventunenne di Imola, era al suo esordio tra i professionisti proprio con la maglia della Bianchi. Sembrava un vero e proprio passaggio di consegne tra il vecchio ed il giovane campione destinato alla successione.

Quando ormai i giochi sembravano fatti, una notizia gelò il pubblico: Coppi e Ronchini erano stati ripresi dal gruppo sul ponte della Ghisolfa, ad un tiro di schioppo dal traguardo.

Solo molti anni dopo venni a sapere che la puntigliosa rincorsa del gruppo fu guidata da Fiorenzo Magni, offeso dal "gesto dell’ombrello" malaccortamente indirizzatogli dalla Dama Bianca. Il fatto fu raccontato da Gianni Brera nel suo libro "Coppi e il diavolo" e fu ripreso da Alberto Sironi nel suo discutibilissimo film per la TV sulla vita di Coppi.

Ignaro di tutto ciò, il pubblico, deluso, commentava la vicenda e sognava un’altra miracolosa volata di Fausto.

Dopo una attesa che sembrò lunghissima, vennero aperti i grandi cancelli, che consentono l’ingresso dei corridori in pista. L’apertura dei cancelli coincise con un lungo silenzio del pubblico, un silenzio innaturale. La tensione era alle stelle.

All’improvviso i corridori entrarono in pista, velocissimi, in lunga fila indiana. Il Vigorelli fu scosso da un boato. Nelle primissime posizioni c’erano la maglia bianca di Coppi e quella azzurra di Magni. Alla campana Fiorenzo Cuordileone passò al comando, fece in testa tutta la curva ma, proprio sotto la nostra tribuna, Coppi, tra il delirio del pubblico, passò in testa di prepotenza. In una bolgia dantesca, Fausto era ancora in testa all’ingresso del rettilineo finale, ma ecco, dall’alto dell’ultima curva, come un falco, fiondarsi giù una maglia biancoceleste! Come un fulmine, superò Coppi proprio sulla linea del traguardo e risalì alto sulla curva, alzando un braccio al cielo. Furono attimi; noi, dalla tribuna opposta, non riuscivamo a capire chi fosse quel corridore con la maglia della Bianchi indosso ed il cappellino biancoceleste in testa. Qualcuno poco distante da noi azzardò: "E’ Ronchini!" come unica consolazione, forse, per la sconfitta di Coppi.

Ma quando, terminata la curva, il falco biancoceleste passò sotto di noi, capimmo tutti che sotto quel cappellino si nascondevano i capelli biondicci e radi del francese Andrè Darrigade, detto Dedè.

Per tutto il pubblico la delusione fu enorme. Per Coppi fu atroce, tanto atroce che scoppiò in un pianto dirotto. A poca distanza dal Campionissimo, Pinella Pinzadoro De Grandi, indimenticabile meccanico della Bianchi, portando via la bici di Dedè, mostrava un evidente imbarazzo perché non sapeva se gioire per la vittoria della sua squadra o se essere triste per la sconfitta di Coppi, con il quale era stato fianco a fianco per ben dieci anni.

Dopo alcuni giorni si corse il Trofeo Baracchi, la classica gara a cronometro a coppie che, tradizionalmente, chiudeva la stagione. Coppi era accoppiato a Riccardo Filippi, con il quale aveva vinto le ultime tre edizioni, alle quali aveva partecipato anche l’astro nascente Jacques Anquetil.

Non c’era Anquetil quell’anno e tutti si aspettavano, a maggior ragione quindi, il quarto sigillo.

Fausto era sicuramente in forma ma Filippi cedette a trenta chilometri dal traguardo e non riuscì a dare più un aiuto valido al suo grande compagno che, anzi, fu costretto a rallentare.

Il palcoscenico finale fu ancora il Vigorelli. Il verdetto dei cronometristi fu impietoso: per soli trenta secondi Coppi e Filippi erano stati battuti dalla coppia formata dallo svizzero Rolf Graf e da, ancora lui, Dedè Darrigade.

 

 

12 ottobre 2004